Introduzione all'anno dell'Avere

  Avere a cuore

Avere a cuore

Un’espressione ci introduce alla proposta adolescenti di quest’anno: «avere a cuore», o anche «mi sta a cuore». Il suo raggio di significati è molto ampio. Avere o stare a cuore esprime il fatto che una persona ci è cara, che siamo affezionati ad un gruppo, ma anche che consideriamo importante un valore, un principio, un modo di vedere e di fare le cose. Anche gli adolescenti, anzi forse soprattutto loro, hanno a cuore delle persone, delle situazioni e delle cose. Provate a prendere in mano il cellulare di un/a adolescente, anche solo per spostarlo da un tavolo che serve per fare delle attività. La reazione di chi si sente invaso nella propria intimità e nella propria rete di relazioni non tarderà ad arrivare.

Che cosa significhi «cuore» e «avere a cuore» è infatti, per degli adolescenti, ancora tutto da capire. Il loro vissuto spazia dai registri della voglia o della noia spontanee, a legami profondi stabiliti nell’infanzia, ai tentativi di emancipazione, a nuove scoperte e nuovi legami. In questa introduzione proviamo a esplorare i sentieri, e ad ascoltare le risonanze di questo «avere a cuore», unendo lo sguardo sulla vita degli adolescenti con l’ascolto del Vangelo di Gesù.

 

Un verbo da riscoprire

Il verbo «avere» non gode, presso gli educatori e i catechisti, di buona fama. Lo evitiamo volentieri, perché ci sembra troppo legato ad un atteggiamento di possesso, di concentrazione su se stessi. Nelle catechesi e nelle omelie, esso entra, di solito, per essere subito smentito. Viene detto che non bisogna cercare di possedere, ma piuttosto impegnarsi per essere, e scegliere di donare.

Ci può essere, in effetti, un modo di avere che esprime narcisismo o pretesa di controllo sugli altri e sulle situazioni. Esso fa chiudere in se stessi, per inseguire il mito perdente dell’autosufficienza. C’è però anche un modo di «avere» diverso, che è positivo e bello. Esso non ostacola la scoperta della propria identità (essere), né la scelta di donarsi (amare). Al contrario, le rende possibili. Né la scoperta della propria identità, umana e cristiana, né il dono di sé avvengono da un momento all’altro. Essi domandano tempo, idee, esperienze, stili e modi di fare acquisiti gradualmente, incontri che trasformano. E tutto questo non deve rimanere come un film che scorre davanti agli occhi degli adolescenti, ma deve essere gradualmente appropriato, reso personale, sentito loro. Per poter «essere» e per poter «amare», insomma, bisogna anche «avere». Ma in che modo? 

Gesù stesso utilizza il linguaggio dell’«avere» per aiutare i suoi discepoli a comprendere il senso della vita di fede. Egli dice: «A chi ha, sarà dato, e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha» (Mt 25,29). Siamo nel momento decisivo della vicenda raccontata nella parabola dei talenti. Dopo aver affidato i suoi beni ai servi, il padrone ritorna, e si rende conto che alcuni li hanno fatti fruttificare, altri invece li hanno congelati, non facendo niente. Questo brano evangelico ribalta l’idea dell’avere come un possesso sterile: Gesù loda chi si è accorto di avere tra le mani qualcosa di prezioso, da mettere in gioco per aumentarlo e per crescere. Chi invece non ha fatto niente ha mostrato di vivere centrato solo su di sé. Si è lasciato paralizzare dalle proprie paure, si è fatto bloccare dal proprio orgoglio: non val la pena - ha forse pensato - di impegnarmi, visto che ho ricevuto un solo talento, e gli altri anche cinque.

«Avere a cuore» è quindi il contrario di possedere solo per sé. È preparazione, graduale ma seria, ad una vita adulta di persone che sanno chi sono (discepoli di Gesù) e come vogliono vivere (amare come Lui). Per fare ciò, occorre che gli adolescenti si accorgano che la realtà e le persone che li circondano sono dei doni da vivere. E che essi stessi per primi sono un dono. Educare alla fede degli adolescenti significa aiutarli a scoprire che essi «hanno», davanti a sé e dentro di sé, tutta questa grazia e bellezza. 



 

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